Parole

La realtà parallela di Fabio de Poli

di Elisa Morello

Le opere di Fabio De Poli raccontano un universo poetico in cui i ricordi dell’infanzia, le passioni di una vita e tutto il suo conoscere s’incontrano e dialogano tra loro in una dimensione che supera i limiti del reale. Ogni cosa che entra a far parte del suo immaginario trae spunto da ciò che lo circonda, come i colori, i profumi e le atmosfere di un viaggio, i gesti delle persone incontrate sul suo cammino, il fotogramma di un film in bianco e nero oppure le immagini dell’arte, che fanno nascere in lui immediate suggestioni e lo riportano a un’eterogenea serie di riferimenti. Idee e immagini emergono così dalla memoria all’improvviso e, interpretate in base alle emozioni di un dato momento, portano sempre a visioni inedite. Una realtà parallela, la sua, dove gli elementi, sospesi in un’atmosfera senza tempo e accostati in totale libertà, diventano presenze tangibili in uno spazio indefinito, tutto mentale, in cui la logica e le leggi della fisica vengono stravolte per creare un nuovo ordine e suscitare stupore.
Nelle immagini di questo fantasioso mondo bidimensionale, in cui ogni cosa subisce un’estrema sintesi formale senza mai perdere la sua immediata riconoscibilità, le linee sinuose, l’alternarsi di pieni e vuoti e l’incalzante susseguirsi di campiture piatte sembrano seguire ritmi musicali soggetti a continue variazioni. In quest’armonia compositiva, ricca di accenti cromatici, i colori puri, le tonalità accese e le tinte scure, che con i loro toni vivaci e intensi riportano a suoni acuti e gravi, s’intrecciano in sorprendenti e vibranti accostamenti come le note di una musica jazz. Forme e colori trovano il loro posto in costruzioni salde, governate da un profondo equilibrio, dove è comunque sempre presente un generale senso di leggerezza.
Fabio De Poli seleziona con cura pochi dettagli che, come gli indizi in un romanzo noir, creano interrogativi per poi svelare la storia illustrata, lasciando intuire l’idea che ha generato l’opera. Così le auto d’epoca riportano ad atmosfere passate, lo smoking e le scarpe bicolore ai balli di Fred Astaire e le misteriose signore dalle labbra rosse, avvolte in ricche vesti, fiere e sensuali custodi di segreti, forse uscite da un film di spionaggio, suggeriscono inquietanti enigmi. Nei ritratti tracce di umanità affiorano silenziose e solitarie dallo sfondo, aprendosi allo spazio che le circonda e creando con esso uno stretto rapporto di continuità. In questa dimensione metafisica occhi, nasi e bocche, volti liquefatti e profili accennati delineano facce sfuggenti dall’espressione assorta e intensa che, prive di legami con figure reali, suggeriscono un percorso mentale volto a una riflessione profonda sui molteplici aspetti dell’animo umano. In questo variopinto racconto si trovano espliciti riferimenti al mondo dell’arte: immagini emblematiche e modelli tratti da opere antiche e moderne, come i silenziosi oggetti di Morandi, sono reinterpretati con sottile e dissacrante ironia e acquistano un valore simbolico, divenendo elementi espressivi del suo linguaggio visivo.
L’opera di Fabio De Poli cresce e si rinnova su se stessa seguendo un percorso creativo per cui tutti i personaggi e gli elementi, liberi dai limiti del tempo, tornano ciclicamente in scena, rielaborati e arricchiti di nuovi significati per divenire nel suo immaginario icone del presente e ispirazioni per il futuro. Una ricerca fatta di evoluzioni e ripensamenti, in cui i soggetti cari all’artista si ritrovano in composizioni corali sorprendenti, in bilico gli uni sugli altri, per esprimere la difficoltà esistenziale di mantenere un equilibrio, oppure si alternano su piccole mensole di legno come se fossero oggetti preziosi in una collezione dell’infanzia, sagome multicolori che diventano ricordi giocosi del suo mondo poetico.
Fabio De Poli sviluppa la sua pittura con totale libertà espressiva attraverso l’uso di tecniche e supporti diversi – tele, carte catramate, collages, sculture e assemblaggi –che permettono di tradurre rapidamente le idee in immagini, per poi ritoccarle fino a raggiungere l’equilibrio perfetto. Una sperimentazione continua in cui si compie un dialogo tra memoria e modernità, tra citazioni colte e frammenti di reale, attraverso un linguaggio immediato e originale che trova la propria essenza nel presente, in un confronto appassionato con la vita e la contemporaneità.

The parallel reality of Fabio de Poli

Elisa Morello

Fabio De Poli’s works depict a poetic universe where childhood memories, the passions of a lifetime, and all his knowledge meet and intercommunicate in a dimension that exceeds the limits of reality. Everything that becomes a part of his imagination takes its cue from the things that surround him, such as the colours, scents and atmospheres of a journey, the gestures of people he meets during his life, a frame from a black-and-white film, or certain artistic images, which give him flashes of inspiration and reconnect him to a diversified series of references. Ideas and images thus emerge suddenly from his memory, are interpreted on the basis of the emotions of a specific moment, and always result in unprecedented insights. It is a parallel reality whose elements, which are suspended in a timeless atmosphere and combined in a completely free manner, become tangible presences in an undefined, entirely mental space, where logic and the laws of physics are disrupted in order to create a new order and astonish the onlooker.
In the images of this inventive two-dimensional world, where every object is subjected to an extreme formal condensation without ever losing its immediate recognisability, the sinuous lines, the alternation of solid and empty parts, and the pressing sequence of flat background areas seem to follow musical rhythms that undergo constant variations. In this harmony of composition, which is rich in chromatic accents, the pure colours, the bright tonalities and the dark shades, whose lively, intense tones remind us of high or low sounds, are intertwined in unexpected, vibrant combinations like the notes in a jazz piece. Shapes and colours are arranged in solid constructions that are regulated by a deep balance where an overall feeling of lightness is, however, always present.
Fabio De Poli carefully selects a few details, which, like the clues in a detective novel, give rise to questions, then eventually reveal the whole story, giving some hints of the idea that has generated the novel. So the vintage cars evoke the atmospheres of the past, the dinner jackets and two-coloured shoes in Fred Astaire’s dances; and the mysterious ladies with red lips and sumptuous gowns, who are haughty, sensual guardians of secrets and maybe come from a spy film, bring to mind troubling enigmas. In the portraits, silent, lonely traces of humanity emerge from the background, opening up into the surrounding space and creating a close continuity with it. In this metaphysical dimension, eyes, noses and mouths, melted features and barely sketched profiles outline elusive faces with an engrossed, intense expression: the faces have no connection with real figures, and suggest a mental activity addressed to a profound reflection on the many sides of the human soul. In this many-coloured tale, we can find some explicit references to the world of art: some emblematic images and models drawn from ancient and modern works, such as Morandi’s silent objects, are re-interpreted with a subtle, irreverent irony, and acquire a symbolic value, becoming elements of expression in the artist’s visual language.
Fabio De Poli’s work grows and renews itself following a creative path in which all the characters and elements, not being tied down by the limits of time, return recurrently on the scene, refashioned and enriched with new meanings, in order to become, in his imagination, icons of the present and inspirations for the future. It is a research based on evolutions and changes of mind, in which the subjects loved by the artist meet in astonishing choral compositions, precariously balanced on each other, in order to express the existential difficulty of preserving an equilibrium, or alternate on little wooden shelves, as if they were precious objects in a childhood collection, many-coloured silhouettes that become playful memories of the artist’s poetic world.
Fabio De Poli develops his painting with a total freedom of expression, through the use of various techniques and materials – canvas, tar paper, collage, sculpture and assemblage – that allow him to quickly translate his ideas into images, retouching them subsequently until a perfect balance is achieved. It is a constant experimentation, in which a dialogue is carried out between memory and modernity, between erudite quotations and fragments of reality, by means of a direct, original language whose essence belongs to the present, in a passionate encounter with life and the contemporary age.

Fabio De Poli: Note per un ritratto

di Silvia Petrioli

Tracciare un ritratto di Fabio De Poli non è impresa semplice, innanzi tutto perché lui stesso odia le definizioni e gli inquadramenti di ogni sorta, e poi perché a suo avviso sono le opere a descrivere gli artisti e a fornire spunti di riflessione in chi le guarda.
Spirito libero, Fabio De Poli nasce a Genova “quasi per sbaglio”, fortemente fiorentino nell’animo, questa sua toscanità traspare nella schiettezza dello sguardo, nei sorrisi aperti, nella battuta sempre pronta e nella vivacità d’ingegno; si fatica ad immaginarlo ragazzino in un istituto retto da suore, ambiente che, per sua stessa ammissione, lo faceva sentire “fuori posto”, ed in effetti pare che De Poli il suo posto non lo abbia ancora trovato e che sia perennemente alla ricerca di una collocazione in un mondo che lo stimola ma al contempo lo intimorisce.
“Dada nell’animo e Pop nei colori” si potrebbe dire, ma troppo riduttivo per un’arte che parte dai costrutti masacceschi, strizza l’occhio alle polverose bottiglie morandiane e approda oltreoceano ai cartelloni pubblicitari dei grattacieli newyorkesi con le opere di Rosenquist.
Sembrerebbero dei rimandi scontati, ma così non è: nei dipinti di De Poli c’è sempre qualcosa di detto e qualcosa di sussurrato e sta all’osservatore coglierne tutte le sfumature. Di sicuro quelle di De Poli non sono opere realizzate di getto, alla loro base vi è un grande substrato culturale, una formazione profonda dell’artista, che rischia di passare in secondo piano se non si osservano molto attentamente tutti i dettagli che compongono l’insieme: d’altronde lui stesso è così, dietro i suoi sorrisi sovente si cela un velo di malinconia che non tutti possono cogliere.
Grande preparazione dunque quella di De Poli, che spazia dall’arte alla musica, dal cinema al teatro, e tutto questo si respira e traspira dalle sue opere.
Se si esamina la serie dei dipinti Nostra signora delle stoffe la mente vaga e viene proiettata nei film degli anni Cinquanta, quelli in cui vestiti di raso e seta accarezzavano voluttuosamente i corpi delle donne, ma anche in quei musical a cui De Poli assisteva in compagnia della madre, con le ballerine viste “da sotto in sù” che lo seducevano, e nella serie Pour moi si sente la musica jazz, specialmente quella tanto amata di Gato Barbieri, e la danza con Fred Astaire – quasi un alter ego del pittore – che con le sue scarpe bicolore arriva in punta di piedi e con leggiadria coinvolge chi lo osserva in una danza emozionante, in una visione di colori, bagliori ed eccitazione che pervade tutto ciò che lo circonda.
La stessa atmosfera caratterizzata da questa simultaneità di luci e colori che sembrano essere accompagnati da una melodia di sottofondo la si ritrova anche in dipinti d’atmosfera come Oriente, Naso quadrato e Lingua rossa, tipo di ritratti-autoritratti contraddistinti da ampie campiture di colore scuro violate da vivaci macchie cromatiche che catalizzano lo sguardo su un’ammiccante lingua o su un vezzoso cappellino rosso, una sorta di gioco di vedo e non-vedo, nell’intenzione provocatoria dell’artista di mostrare e nascondere al contempo parti del proprio Io.
Per sua stessa ammissione De Poli inserisce sempre qualcosa di personale nei propri lavori, ma ne cancella volutamente le tracce, forse per rompere o ritrovare quel senso di equilibrio – titolo non casuale di diversi lavori presenti in mostra – che sta alla base di ogni sua composizione e che non è mai né troppo stabile né troppo precario.
Quella di De Poli è un’arte che spazia dal piccolo formato (si veda la sorta di teatrini come Smoker, Vicino al lago e Monologo) a quello monumentale (Operasola, composta da 30 tele di cm 60×60 ognuna), un’arte semplice ma ricca di vita, densa di letture, di viaggi, di note, un’arte a cui non piacciono le definizioni assolute, ma che è sempre pronta a mettersi in discussione e ad aprirsi a nuove sfide in un continuo mutare e divenire.

Fabio De Poli: Notes for a portrait

Silvia Petrioli

Outlining a portrait of Fabio De Poli is not an easy task, above all because he dislikes all sorts of definitions and classifications, and also because he believes that an artist’s work is what real­ly describes him and arouses reflections in the observer.
Fabio De Poli is a free spirit. He was born in Genoa “almost by mistake”, but his soul is strongly Florentine, and his Tuscan character is visible in the frankness of his gaze, in his open smiles, ready wit and lively intelligence. It is not easy to imagine him as a little boy in a nuns’ school, an environment that, he admitted, made him feel “out of place”: it seems actually that De Poli hasn’t found his own place yet and is constantly in quest of a position in a world that stimulates him but, at the same time, intimidates him.
“Dada in his soul and Pop in his colours” we might say, but this is too reductive for an art that starts from Masaccio’s constructions, takes a look at Morandi’s dusty bottles, and ends up in New York’s skyscraper placards with the works of Rosenquist.
One might think that these references are obvious, but this is not true: in De Poli’s paintings there is always something he says and something he whispers, and it is up to the observer to sense all the nuances. Undoubtedly De Poli’s works have not been made straight off: they are based on a vast cultural substratum, on a deep education of the artist that might be underestimated if one did not carefully observe all the details that form the whole. After all, this is his nature: his smiles often hide a touch of melancholy that not everybody manages to catch.
So De Poli’s background is quite extensive: it ranges from art to music, from the cinema to the theatre, and all this transpires and can be felt in his works.
When we examine the series of paintings Nostra signora delle stoffe, our minds roam and are projected into certain films of the nineteen-fifties in which satin and silk dresses voluptuously caressed the women’s bodies, into those musical films that De Poli watched together with his mother and that bewitched him with the dancing girls “seen from under”, and into the Pour moi series, where one can enjoy jazz, particularly the one Gato Barbieri loved so much, and the dancing of Fred Astaire – almost an alter ego of the painter – who arrives on tiptoe with his two-coloured shoes and gracefully draws the onlooker into a thrilling dance, in a vision of colours, flashes and excitement that pervades all the surroundings.
The same atmosphere, whose main characteristic is this simultaneousness of lights and colours that seem to be accompanied by a background tune, can be perceived also in some atmosphere paintings such as Oriente, Naso quadrato and Lingua rossa, sorts of portraits/self-portraits, noticeable for their extensive dark-coloured backgrounds interrupted by lively spots of colour that draw our attention to a suggestive tongue or a frilly little red hat, in a sort of hide-and-seek game that expresses the artist’s provocative intention to show, and at the same time hide, some parts of his ego.
De Poli admits that he always includes something personal in his works; but he deliberately erases its traces, maybe in order to break or restore the sense of equilibrium that underlies each composition of his and is never too firm or too precarious (it is not a coincidence that Equilibrio is the title of several works included in the exhibition).
De Poli’s art ranges from small works (for instance the sort of little theatres titled Smoker, Vicino al lago and Monologo) to monumental ones (Operasola, formed of 30 canvas paintings, each 60x60cm); it is an art that is simple, but rich in life, based on a wealth of reading, travels, notes; an art that shuns absolute definitions, but is always ready to question itself and face new challenges, in a constant changing and becoming.

L’appassionata resistenza della pittura

di Chiara Stefani

In una società come quella di oggi, in cui i rapporti e le comunicazioni si fanno sempre più eteree e impalpabili, quasi evanescenti, anche la cultura visiva è sottoposta a un sempre più evidente processo di de-individualizzazione. La personalità dell’artista si nasconde, e a volte si perde anche la concretezza tangibile del suo lavoro, come nelle esperienze digitali, in cui non esistono più tele e colori, ma solo opere virtuali che prendono consistenza solo rivitalizzate dal filtro di uno schermo; nonostante tutto questo il lavoro di De Poli resiste.
Resiste perché ha basi solide: lo studio a Porta Romana sotto la guida di Lucio Venna, il suo precoce riconoscimento come una tra le figure più promettenti degli anni Settanta, il lavoro a stretto contatto con compagni di strada allora già affermati, come Mario Ceroli.
Resiste perché il percorso di Fabio De Poli, che attraversa l’ultimo spicchio di Novecento per arrivare ai giorni nostri, è sempre stato coerente, fedele ai principi cardine del suo linguaggio: raccontare il suo mondo immaginario con i segni e i colori “Sono un pittore (quasi) monotematico e fedele all’umiltà dei colori”.
L’universo immaginario di De Poli è ricco e composito: l’artista si diverte a scomporlo e ricomporlo, in un gioco sottile di punti e contrappunti, di continue variazioni su un tema potenzialmente infinito, in cui appaiono e scompaiono volti, animali, icone della storia, scritte pubblicitarie e oggetti; i motivi della realtà sono trasfigurati in elementi fantastici.
Da sempre interessato all’arte applicata, alla grafica e al design, De Poli non racconta solo attraverso le tele, che spesso si intrecciano tra di loro fino a diventare un’Operasola formata da trenta elementi, ma anche attraverso veri e propri oggetti pittorici: teatrini ricavati da custodie di bottiglie pregiate, mensole-palcoscenico in cui si collocano i protagonisti del suo mondo sognato; oggetti umili che, rivitalizzati dalla pittura, divengono scrigni preziosi.
Spirito dadaista e eversivo, sovvertitore dell’ordine costituito – almeno nel territorio consentito e familiare dell’arte – lo stesso De Poli ci accompagna nel viaggio attraverso le sue opere. L’artista è sempre presente: ora è un ballerino di tip-tap o un musicista di night-club, che balla avvolgendo un nastro colorato, fino a tuffarsi dentro l’opera, lasciando visibili solamente le inconfondibili scarpette bicolore; ora è un viaggiatore che non si dimentica mai di portare con sé il suo io bambino e mette in valigia un pupazzo sorridente; ora si trasforma in un grande occhio che sornione tutto osserva, magari fumando distratto l’immancabile sigaretta; ora sfreccia via nascondendosi dagli spettatori, con la sua macchina d’epoca.
Nel viaggio incontra personaggi eccentrici: un volto scuro, quasi minaccioso, gli fa una linguaccia, rossa come il fuoco; nobili signore bendate e dalla bocca vermiglia vestite con ricchezza di stoffe decorate come tarsie marmoree; un uomo senza volto in distinto completo nero si distingue dall’anonimato indossando una grande, svolazzante cravatta azzurra; l’upupa, l’«ilare uccello calunniato dai poeti» di montaliana memoria, che sorvola spesso sopra la testa di De Poli nella realtà, cerca faticosamente di reggersi in piedi, aggrappandosi a una piramide di forme instabili, minuscola rispetto alla vastità dello sfondo indefinito, a testimoniare quanto sia difficile, nei nostri tempi, mantenere un equilibrio.
Abile giocoliere, apparentemente facile ma in realtà rigoroso e colto, appassionato cantore, De Poli ci presenta questa raccolta particolare con la sua solita ironia.
Attraverso colori squillanti e vivi e contorni netti e perentori, egli svolge un discorso continuo di cui le opere sono le parole, e cerca, dipinto dopo dipinto, teatrino dopo teatrino, di aggiungere un tassello alla comprensione di se stesso e forse anche del mondo, mai appiattendosi su schemi e convenzioni prestabilite.

The passionate resistance of painting

Chiara Stefani

In a society like today’s, in which relationships and communications become increasingly ethereal and tenuous, almost evanescent, visual culture is subjected to an increasingly evident process of de-individualisation. The artist’s personality hides itself, and sometimes the tangible concreteness of his work is lost too, as in digital experiences, where no canvas or paint exist any more, but there are only virtual works that materialise solely when they are revived through the medium of a screen; in spite of all this, De Poli’s work resists.
It resists because it has solid bases: his studies at the Istituto d’Arte of Porta Romana under the guidance of Lucio Venna, his early recognition as one of the most promising figures of the nineteen-seventies, his work in close touch with companions who at that time were already well known, for instance Mario Ceroli.
It resists because Fabio De Poli’s progress, which crosses the last part of the twentieth century and reaches our time, has always been consistent and faithful to the fundamental principles of his language: relating his imaginary world by means of signs and colours: “As a painter I am (almost) monothematic, and faithful to the lowliness of colours”.
De Poli’s imaginary universe is rich and composite: he enjoys disassembling and re-assembling it, in a subtle game of points and counterpoints, of constant variations on a potentially infinite theme, in which faces, animals, icons of history, advertisements and objects appear and disappear; the motifs of reality are transfigured into fantastic elements.
Having always been interested in applied art, graphics and design, De Poli carries out his narration non only through canvases, that sometimes intertwine becoming a single work, an Operasola formed of thirty elements, but also through real pictorial objects: little theatres obtained from the boxes of expensive liquors, stage-shelves where he places the protagonists of his dream world; humble objects that are revitalised by painting and become precious caskets.
De Poli is a Dadaistic, subversive spirit; he overturns the established order – at least in the familiar, admissible area of art. He accompanies us in the journey through his works. He is always present: sometimes he is a tap dancer or a musician in a night club who dances rewinding a coloured ribbon until he plunges into the picture, leaving in view only his unmistakable two-coloured shoes; sometimes he is a traveller who never forgets to bring his child self with him, and puts a smiling puppet into his suitcase; sometimes he turns into a great eye that slyly observes everything; maybe absent-mindedly smoking his inevitable cigarette; sometimes he dashes away, disappearing from the gaze of his spectators on his vintage car.
In his journey he meets with eccentric characters: a dark, almost threatening face sticks out its fiery red tongue at him; aristocratic blindfolded ladies with vermilion lips are richly dressed in fabrics decorated like marble intarsia works; a faceless man wearing an elegant black suit stands out for his large, fluttering blue necktie; the hoopoe, “the laughing bird slandered by the poets”, as Montale called it, which often flies above De Poli’s head in the real world, struggles to stand up, clinging to a pyramid with an unstable shape, and is tiny in comparison with the vastness of the indefinite background, attesting how difficult it is, in our time, to preserve one’s balance.
De Poli, who is a nimble juggler, apparently easy-going but in actual fact erudite and thorough, and a passionate bard, presents this raccolta particolare with his customary irony.
By means of lively, bright colours and clear-cut, uncompromising outlines, he carries out an uninterrupted discourse in which his works are the words. Painting after painting and theatre after theatre, he endeavours to add new elements to his understanding of himself and perhaps also of the world, without ever levelling himself to predetermined patterns and conventions.

Ritratto

di Felisia Toscano

Fabio De Poli non è mai stato compatto, tutto d’un pezzo, banale o di facile interpretazione, dietro la sua apparenza leggera e disponibile si cela la complessità conturbante che con disimpegno e scioltezza gli consente di dialogare col mondo intero. Fa parte di un’èlite estetizzante con variazioni di vita fiammeggiante che si uniscono alla capacità di acuta osservazione concedendosi di tanto in tanto il lampo critico perfetto. È sempre all’altezza delle aspettative, soprattutto quando l›aspettativa è indefinita. Non ama soffermarsi sulle questioni che tormentano gli umani, le sue “diagnosi” sono lampanti definizioni con messa a fuoco clamorosa, le sue provocazioni hanno l’obiettivo di risvegliare la vera intelligenza. Intuisce sempre quello che sta per accadere, possiede infatti la capacità di anticipare eventi ed azioni, il suo animo è continuamente sorretto dal desiderio di realizzare qualcosa di poderoso e improvviso che sorprenda. Non gli piace chi cincischia, chi perde tempo, chi gira intorno ad un’idea senza partire deciso, lui ama chi si espone con coraggio, chi dice quello che pensa in modo chiaro, chi crede senza preoccuparsi delle conseguenze, solo dinanzi a ciò concede ammirazione autentica. Ha il pallino della forma, un’estetica della perfezione che conquista il suo culmine quando smonta tutte le idee di perfezione precedenti, perché per De Poli l’ideale è un divenire che quando sopraggiunge e già perduto e l’applaudirlo troppo, l’esaltarlo sarebbe come tradirlo. Imperdonabile. Capisce al volo grazie alla sua intuizione e al suo ragionamento sempre sottili e precisi. A De Poli non occorre la forza dell’argomentazione potente per spogliare e lasciare nude le sue convinzioni, interviene sempre con un silenzio o una mezza parola, che non arriva diretta ma di taglio, come un laser che frantuma le falsità. Acume geometrico, sottile assenza di palpitazione romantica e desiderio di ordine sotto il caos sono le caratteristiche che denotano la sua pittura. Difficile per un pittore rendersi più socievole di quanto lui continuamente riesca ad essere. Mondano, pigro, a volte snob è luminosamente capace di essere ospite e al tempo stesso padrone assoluto di uno spazio mai usurpato, uno spazio che possa appartenere alla parola, al cibo e al buon bere che De Poli riesce sempre a governare con discrezione e maestria. Coltiva parallelamente l’arte di essere marginale e indispensabile. Sebbene sia nato a Genova, è Firenze la città che lo ha accolto e distrattamente amato e ricambia il sentimento percorrendone i luoghi e conoscendone le infinite sfumature. Non c’è in lui nessun residuo convenzionale, nessuna posa, non si è mai fregiato del titolo di artista, lo è. Comprende la sostanza e gli esiti della pittura come fossero il distillato di un mestiere, di una tecnica: il compimento di un’antica fatica travestita di leggerezza. De Poli opera sostenuto da un’idea dell’arte che cerca dentro di se i motivi della propria esistenza. La pittura è il campo dentro cui manualità e concetto trovano un equilibrio, il piacere di poter accompagnare il quadro con il preventivo distacco dell’ironia. L’opera di De Poli si offre allo sguardo in una doppia valenza: come sostanza pittorica e come forma mentale. La sua mobilità produttiva nasce dalla pulsione di aggirare la geometria di ogni oggetto fissato ad un’idea del mondo. Figure ironiche, timbri forti, colori accesi scorrono sulla superficie della tela secondo i dettami della sua sensibilità. Le singole opere diventano soste silenziose nel luogo dello stile, tutto permette a De Poli di trovare identità attraverso il fare. La cura del particolare e di piccole scene denota una coscienza della precarietà che lo portano ad operare facilmente sull’uso transitorio della pittura espressiva che poggia sull’oscillazione della sua pulsione creativa e disinibita. La sua arte è partire dalla catastrofe, approfittare della perdita di significati per produrre una sana deriva creativa pronta a transitare in ogni luogo che sia questo comune o proibito. De Poli ribadisce il suo essere strumento di rappresentazione, l’esecutore di una capacità espressiva fatta di memoria culturale direttamente proporzionale alla velocità di vita del proprio tempo che permette sopravvivenza soltanto alle attività produttive capaci di agire in sintonia con essa. Per De Poli l’opera deve essere sottratta al monopolio del puro sguardo e destinata all’attenzione di un pubblico che vuole tenere la memoria sotto il dominio del presente.

L’accento su Manteco

di Cinzia Dugo

Con Fabio de Poli, incrociato nella sua migliore forma di narratore del colore, potrei stare delle ore a comunicare nel silenzio più assoluto, senza avvertire il minimo bisogno di trasformare in eloquente una conversamente muta. Al posto delle parole parlerebbero lo sguardo, le mani, i ritagli autobiografici, le pennellate piatte, il senso della vita orgogliosamente strappato all’inutile amplificazione delle emozioni. E’ un artista che, con i suoi linguaggi perennemente alla ricerca di emozioni da trasferire sulla tela, sa riempire lo spazio e appena ne trova uno, seppur piccolo, grafico, simbolico o emotivo, ci si infila con tutta la propria inconfondibile sinuosità, la voglia di raffigurare, appunto, il non detto. Complici inalienabili la luce e il colore. Tra la C e la O di Manteco c’è un nuovo trait de union che fa sembrare più vicine le due lettere. E’ un accento, un microscampolo di tessuto vestito di rosso, creato da De Poli per mettere in primo piano il cambio di passo di un’azienda che ambisce a conquistare i vertici dell’alta moda. In tanti anni di lavoro e vitalità creativa, Manteco sente il bisogno di mettere l’accento sul proprio percorso, di fermarsi per andare incontro al futuro. Lo fa con la creazione di una nuova linea, “Accento”, essenziale, pura, green, ancestrale, raffinata, fresca, accostata ad una inedita visione artistica del tessuto. Ogni prodotto Manteco, in special modo, quello che va a connotare la nuova collezione, si fa strumento e opportunità di diffusione della conoscenza. La via del tessuto esplorata e scoperta dai leader della famiglia Mantellassi è a ben vedere un’operazione culturale di grande spessore. In ogni passaggio della storia di questa famiglia c’è un salto di qualità che arricchisce umanamente e professionalmente chi lo compie.
Tra i tre è Franco, da collezionista attento, appassionato di arte contemporanea, a suggerire una nuova direzione all’azienda. “Accento” è il luogo e lo spazio in cui arte e tessuto si incontrano. Il talento di Fabio De Poli, designer, grafico, pittore, scultore, già vincitore del Premio Andersen, progettista delle vetrate del Meyer di Firenze, con opere esposte al Modern Museum di New York, è chiamato a dipingere questa nuova sensibilità e attenzione alla dimensione culturale dell’azienda. “Abbiamo elaborato un progetto che vede protagonista il maestro De Poli – fa sapere Franco – per Manteco il grande pittore toscano, oltre alla creazione di una campagna grafica in favore della linea Accento, realizzerà una collezione di opere costituite dai materiali prodotti dall’azienda”.
Da subito l’idea mette De Poli in grande fermento creativo. “Al primo tocco i tessuti Manteco – confessa –  mi danno una lucida sensazione di qualità e la bellezza, li userò come colore per realizzare un ciclo di opere uniche. A differenza di Matisse che si serviva dei tessuti, degli arabesque, per dipingere, io al contrario, montando, cucendo, tagliando, assemblando, userò il tessuto vivo come una grande tavolozza da cui pescare”. Prima di lasciare l’azienda decido di dare un ultimo sguardo ai tessuti insieme a Fabio. La conversazione è fatta ancora di sguardi che cercano vibrazioni cromatiche, un tono di bruno, un giallo di sole, un fumo profondo. Entrambi continuiamo ad ascoltare le parole del colore. In religioso silenzio.

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Biografia

Fabio De Poli nasce a Genova nel 1947, vive tra Firenze e Montecatini Terme.
Nel 1964 frequenta l’Istituto d’Arte di Firenze specializzandosi in grafica pubblicitaria sotto la guida di Lucio Venna.
Agli inizi degli anni Settanta produce una serie di lavori New Dada.
Viene segnalato per la Biennale dei giovani di Parigi da Enrico Crispolti; partecipa a numerose e importanti rassegne d’arte, si interessa al design, progettando «mobili-oggetto» e collabora, insieme a Eugenio Miccini e Antonio Bueno, alla realizzazione della rivista «Visual».
Nel 1981 cataloga le sue molteplici esperienze artistiche in una mostra intitolata Gulliver continua alla Galleria De’ Foscherari di Bologna.
Nel 1984 si trasferisce a Roma, ospite di Mario Ceroli, dove inizia un nuovo ciclo di lavori intitolato Roma. Nello stesso anno partecipa alla XXIX Biennale Nazionale d’Arte Città di Milano.
Le mostre personali e collettive si susseguono numerose, Fabio De Poli presenta pitture di grande formato, lavori di grafica, «libri d’artista». Inventa la rivista «Meta, parole e immagini». Nel 1992 partecipa alla mostra Libro d’artista italiano al Museum of Modern Art di New York. Nel 1996 esce la monografia Fabio De Poli, opere 1969-1996, edita da Polistampa, e l’anno successivo espone a Satura di Genova presentato da Paolo Minetti.
Nel 1998 espone con Mario Ceroli nella Sala d’Arme di Palazzo Vecchio di Firenze Due atti unici.
Nel 1999 Gillo Dorfles e Paolo Minetti presentano alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze il suo libro d’artista Pour Moi. Nello stesso anno realizza la sua prima mostra virtuale, The Most Beautiful Art Exhibition in the World.
Nel 2000 è presente all’Archivio della Biennale delle Arti del Mediterraneo di Salerno e espone al Museo della Carta di Pietrabuona (Pescia). Crea, inoltre, per la Fiditoscana una collezione di 50 collages originali.
Nel 2002 è presente nel volume La storia dell’arte italiana, a cura di Giorgio Di Genova, e realizza a Motrone, per Casa Farsetti, la performance Ibis e George. A Firenze, in Palazzo Vecchio, in occasione dell’Omaggio a Monicelli realizza un’affiche del film Parenti Serpenti.
Numerose esposizioni e installazioni confermano la sua presenza milanese alla galleria Farsetti, dove viene presentato nel 2004 il volume Fabio De Poli. Tracce d’artista edito da DoGi. Consegna un’opera dedicata all’11 settembre al Consolato Americano di Firenze e inaugura al Palace Hotel di Vasto, uno spazio arte diretto da Nicola Cucinieri, realizzando un’installazione permanente di 63 lavori dal titolo Ritratto continuo.
Nella stessa Vasto nel 2003 realizza due mosaici esterni di cento metri quadri su abitazione civile progettata dallo Studio Dearch.
Nel 2004 con la collaborazione di Mirabili colloca in viale Verdi a Montecatini una scultura in ferro, RossoAirone dedicata al Comune.
Progetta nel 2005 una vetrata di 60 metri per il nuovo Ospedale Meyer di Firenze e presenta per il Comune di Pistoia il grande lavoro Parlarsi.
Come illustratore pubblica con Andrea Rauch per La Biblioteca junior quattro libri per bambini: Notte di luna, che vincerà il Premio Andersen come miglior albo illustrato, Zan-denti, Pinocchio e Filo.
Negli ultimi anni si è dedicato alla realizzazione del premio Capalbio Cinema, e alla progettazione delle vetrate del nuovo Museo della Resistenza a Siena. Nel 2007 è presente alla mostra Mirabili Arte d’Abitare Letti d’autore, Artefiera, Bologna.
Dal 2009 è direttore artistico della Galleria Usher Arte di Lucca, dove, nell’ottobre 2010, inaugura una personale dedicata a Robespierre; con la casa editrice Usher Arte pubblica nello stesso anno una raccolta di lavori intitolata Cinquanta Piccoli De Poli.
Nel 2011 espone a Pistoia presso la Galleria Vannucci Collages ed altre storie ed è presente al Museo delle Genti di Pescara con la monografica Robespierre, Robespierre.
Nel 2012 a Vasto inaugura a Palazzo Mattioli l’antologica 20 anni con Vasto; nello stesso anno apre a Palazzo Farnese, Ortona, la mostra Le stanze della meraviglia, collabora al n. 10 della rivista «Bau», realizza il maxiposter Scrittori in piazza per la Nuova Libreria di Vasto ed è presente al Moca Arte Contemporanea presso il Museo di Montecatini Terme.
Nel 2013 tiene la personale Easy alla Galleria Frediano Farsetti di Firenze; l’anno successivo espone a San Donato in Poggio, Palazzo Malaspina, con una mostra intitolata Farepitturacontinuamente; partecipa al progetto enoartistico della Fattoria di Sant’Appiano (Barberino val d’Elsa) realizzando le etichette per i vini dell’anno e proponendo la mostra all’interno delle cantine Vicino alle stelle.
Nel 2015 realizza la scultura Dante 750 per il Moca di Montecatini; collabora con l’azienda Manteco per la linea  Accento, tessuti d’artista; realizza la mostra Di scatola in scatola alla Galleria Vannucci di Pistoia; è direttore artistico dello spazio Art Corner presso la Biblioteca San Giorgio di Pistoia; sempre a Pistoia è presente nella collettiva La regola del gioco 30X30X110 presso la Galleria Vannucci. Espone a Chicago Artspace 8.
Nel 2016 è presente nella collettiva XL EXTRALARGE, Galleria Frediano Farsetti di Firenze; si tiene la mostra personale Dreams, Cars and Flowers, Villa Giorgia, Pistoia; è tra gli artisti presenti alla mostra Quasi Pinocchio al Museo del Parco di Pinocchio di Collodi; pubblica il racconto 12 titoli sulla rivista Erodoto108; partecipa alla collettiva Approdo al faro a Marina di Scarlino. Con l’Archivio Carlo Palli è presente nelle mostre: Vitamine, Viva l’Italia, RigorosamenteLibri, Rivisitazione della Gioconda, e inizia una collaborazione con Fabio Mati per la realizzazione di poster d’artista.
Nel 2017 tiene la personale Equilibrio al MOCA di Montecatini Terme.
Nell’estate del 2018 presenta a Le Mortelle, fattoria Antinori, la mostra Una raccolta particolare.
Progetta la mostra itinerante: Fabio De Poli 1980199020002010.
2019: Fondazione Marino Marini, Pistoia; Palazzo Malaspina, San Donato in Poggio.