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Fabio De Poli
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Testi critici.


OMAR CALABRESE PER FABIO DE POLI

Quando si osservano le opere di Fabio De Poli, si viene subito sorpresi dal sentimento di un’aria di famiglia. E questo avviene su piani diversi: quello della cultura artistica, più sofisticato e riflessivo, e quello della sensazione immediata, più spontanea e non necessariamente dotata di bagaglio culturale precedente. Ma le due percezioni, come vedremo, non sono affatto così distinte come potrebbe sembrare.

Cominciamo dalla sensazione colta.
De Poli può essere facilmente iscritto in una tendenza che – con molte improprietà chiameremo “pop art europea”. Non a caso molti soggetti, o certi dettagli, delle sue opere fanno venire in mente, citando a caso, l’inglese Joe Tilson, lo spagnolo Eduardo Arroyo, l’italiano Valerio Adami, e magari molti altri personaggi che hanno popolato la scena figurativa a partire dagli anni Sessanta. Anzi: per la precisione a partire dal 1963, quando i riflessi della pop art americana investirono potentemente l’Europa, e influirono sui giovani continentali che già praticavano le strade ironiche di un ritorno “popolare” alla figurazione, magari già intraviste da qualche surrealista come Magritte e Delvaux, prestando nel contempo attenzione alle “nuove” immagini trasmesse dai mass-media. E infatti possiamo ritrovare in De Poli la passione per la stesura piatta e fortemente cromatica delle tinte, l’amore per la raffigurazione ironica degli oggetti quotidiani, la ricerca sulla scrittura (ma è meglio dire: sulla calligrafia), l’attenzione per uno spirito estetico giocoso piuttosto che brutalmente o dolorosamente impegnato.
Un fenomeno simile accadeva anche in altre arti, d’altronde. Basti pensare alla narrativa, con la scrittura ludica di un Manganelli, o alla musica, con le mescolanze ardite di un Luciano Berio che componeva Stripsody o di un John Cage che eseguiva musica per bicchieri rotti.
Quella “pop art europea”, tuttavia, aveva in sé elementi di contenuto assai differenti da quella americana (ed è per questo che l’iscrizione in quella tendenza funziona solo fino a un certo punto). Mentre gli americani spesso ignoravano l’ideologia della fonte di ispirazione delle loro figure, o addirittura se ne compiacevano acriticamente, gli artisti europei analizzavano le immagini del mondo dei media, e spesso le rimandavano al mittente. Oppure: mantenuta la tecnica, la adoperavano per riflessioni più profonde, di natura filosofica o linguistica. Proprio la calligrafia – se ne cogliamo non solo l’aspetto grafico, ma anche quello contenutistico – suggerisce infatti la ricerca di temi paradossali, profondi, legati alla tradizione culturale europea.
Di questa famiglia De Poli fa parte a pieno titolo (e volontariamente, poiché molte delle vicinanze citate sono allusioni esplicite quasi a possibili “compagni di viaggio”), con una vena surreale e dadaista in più, che ad esempio si riscontra nell’uso dei collages o nei giochi linguistici, molto ricercati, fino a giungere all’uso ironico di idiomi stranieri.
Se veniamo alla seconda sensazione, quella più immediata, notiamo che il lavoro di De Poli si svolge tutto sempre a partire da figure quotidiane, quasi che la matrice fosse un repertorio figurativo canonico, di piccole icone di tutti i giorni.
I colori sono quasi sempre allegri e primari, le combinazioni hanno un aspetto decorativo e piacevole, quasi che l’artista si esercitasse anche nel design grafico. Insomma: 1 suoi lavori sono di carattere “seduttivo”. Il che significa qualcosa: “sedurre”, infatti, vuol dire convincere l’interlocutore che quel che sta desiderando sei proprio tu, laddove il complementare “persuadere” significa invece convincere l’interlocutore che tu stai desiderando lui o il suo bene. Operazione sensoriale la prima, intellettuale la seconda. De Poli è dunque per l’appunto questo: un artista apparentemente “facile” che si rende sensorialmente desiderabile, senza necessità di ricorrere alla sofisticazione razionale (che pure, come abbiamo visto, c’è, anche senza apparire in modo plateale).
Le due “arie di famiglia”, tuttavia, non si pongono su piani distinti, ma concorrono a formare una vera e propria poetica. Si tratta della poetica, che abbiamo già accennato, dell’arte come gioco e come piacere fisico, e che, per la combinazione di elementi appena descritti, risulta godibile sotto ogni profilo: quello mediato dal sapere e dalla cultura, e quello immediato che consiste nella percezione diretta del valore fisico dell’opera.
Dopo decenni di avanguardia “dura” e persino sgradevole, De Poli (con tutti i suoi compagni di strada) ha saputo riportare l’arte nell’alveo della gradevolezza, senza con questo perdere nulla del proprio spessore intellettuale, impegnato e concettuale. L’immagine ritorna ad essere immagine: fatta da una mano sapiente, che sa stimolare il senso della vista e persino del tatto, e allude all’udito, e a volte, più alla lontana, perfino all’odorato e al palato. Insomma: un’arte che insegue, felicemente, il senso della vita.



LA REALTÀ PARALLELA DI FABIO DE POLI
di Elisa Morello

Le opere di Fabio De Poli raccontano un universo poetico in cui i ricordi dell’infanzia, le passioni di una vita e tutto il suo conoscere s’incontrano e dialogano tra loro in una dimensione che supera i limiti del reale. Ogni cosa che entra a far parte del suo immaginario trae spunto da ciò che lo circonda, come i colori, i profumi e le atmosfere di un viaggio, i gesti delle persone incontrate sul suo cammino, il fotogramma di un film in bianco e nero oppure le immagini dell’arte, che fanno nascere in lui immediate suggestioni e lo riportano a un’eterogenea serie di riferimenti. Idee e immagini emergono così dalla memoria all’improvviso e, interpretate in base alle emozioni di un dato momento, portano sempre a visioni inedite. Una realtà parallela, la sua, dove gli elementi, sospesi in un’atmosfera senza tempo e accostati in totale libertà, diventano presenze tangibili in uno spazio indefinito, tutto mentale, in cui la logica e le leggi della fisica vengono stravolte per creare un nuovo ordine e suscitare stupore.
Nelle immagini di questo fantasioso mondo bidimensionale, in cui ogni cosa subisce un’estrema sintesi formale senza mai perdere la sua immediata riconoscibilità, le linee sinuose, l’alternarsi di pieni e vuoti e l’incalzante susseguirsi di campiture piatte sembrano seguire ritmi musicali soggetti a continue variazioni. In quest’armonia compositiva, ricca di accenti cromatici, i colori puri, le tonalità accese e le tinte scure, che con i loro toni vivaci e intensi riportano a suoni acuti e gravi, s’intrecciano in sorprendenti e vibranti accostamenti come le note di una musica jazz. Forme e colori trovano il loro posto in costruzioni salde, governate da un profondo equilibrio, dove è comunque sempre presente un generale senso di leggerezza.
Fabio De Poli seleziona con cura pochi dettagli che, come gli indizi in un romanzo noir, creano interrogativi per poi svelare la storia illustrata, lasciando intuire l’idea che ha generato l’opera. Così le auto d’epoca riportano ad atmosfere passate, lo smoking e le scarpe bicolore ai balli di Fred Astaire e le misteriose signore dalle labbra rosse, avvolte in ricche vesti, fiere e sensuali custodi di segreti, forse uscite da un film di spionaggio, suggeriscono inquietanti enigmi. Nei ritratti tracce di umanità affiorano silenziose e solitarie dallo sfondo, aprendosi allo spazio che le circonda e creando con esso uno stretto rapporto di continuità. In questa dimensione metafisica occhi, nasi e bocche, volti liquefatti e profili accennati delineano facce sfuggenti dall’espressione assorta e intensa che, prive di legami con figure reali, suggeriscono un percorso mentale volto a una riflessione profonda sui molteplici aspetti dell’animo umano. In questo variopinto racconto si trovano espliciti riferimenti al mondo dell’arte: immagini emblematiche e modelli tratti da opere antiche e moderne, come i silenziosi oggetti di Morandi, sono reinterpretati con sottile e dissacrante ironia e acquistano un valore simbolico, divenendo elementi espressivi del suo linguaggio visivo.
L’opera di Fabio De Poli cresce e si rinnova su se stessa seguendo un percorso creativo per cui tutti i personaggi e gli elementi, liberi dai limiti del tempo, tornano ciclicamente in scena, rielaborati e arricchiti di nuovi significati per divenire nel suo immaginario icone del presente e ispirazioni per il futuro. Una ricerca fatta di evoluzioni e ripensamenti, in cui i soggetti cari all’artista si ritrovano in composizioni corali sorprendenti, in bilico gli uni sugli altri, per esprimere la difficoltà esistenziale di mantenere un equilibrio, oppure si alternano su piccole mensole di legno come se fossero oggetti preziosi in una collezione dell’infanzia, sagome multicolori che diventano ricordi giocosi del suo mondo poetico.
Fabio De Poli sviluppa la sua pittura con totale libertà espressiva attraverso l’uso di tecniche e supporti diversi – tele, carte catramate, collages, sculture e assemblaggi –che permettono di tradurre rapidamente le idee in immagini, per poi ritoccarle fino a raggiungere l’equilibrio perfetto. Una sperimentazione continua in cui si compie un dialogo tra memoria e modernità, tra citazioni colte e frammenti di reale, attraverso un linguaggio immediato e originale che trova la propria essenza nel presente, in un confronto appassionato con la vita e la contemporaneità.




FABIO DE POLI: NOTE PER UN RITRATTO
di Silvia Petrioli

Tracciare un ritratto di Fabio De Poli non è impresa semplice, innanzi tutto perché lui stesso odia le definizioni e gli inquadramenti di ogni sorta, e poi perché a suo avviso sono le opere a descrivere gli artisti e a fornire spunti di riflessione in chi le guarda.
Spirito libero, Fabio De Poli nasce a Genova “quasi per sbaglio”, fortemente fiorentino nell’animo, questa sua toscanità traspare nella schiettezza dello sguardo, nei sorrisi aperti, nella battuta sempre pronta e nella vivacità d’ingegno; si fatica ad immaginarlo ragazzino in un istituto retto da suore, ambiente che, per sua stessa ammissione, lo faceva sentire “fuori posto”, ed in effetti pare che De Poli il suo posto non lo abbia ancora trovato e che sia perennemente alla ricerca di una collocazione in un mondo che lo stimola ma al contempo lo intimorisce.
“Dada nell’animo e Pop nei colori” si potrebbe dire, ma troppo riduttivo per un’arte che parte dai costrutti masacceschi, strizza l’occhio alle polverose bottiglie morandiane e approda oltreoceano ai cartelloni pubblicitari dei grattacieli newyorkesi con le opere di Rosenquist.
Sembrerebbero dei rimandi scontati, ma così non è: nei dipinti di De Poli c’è sempre qualcosa di detto e qualcosa di sussurrato e sta all’osservatore coglierne tutte le sfumature. Di sicuro quelle di De Poli non sono opere realizzate di getto, alla loro base vi è un grande substrato culturale, una formazione profonda dell’artista, che rischia di passare in secondo piano se non si osservano molto attentamente tutti i dettagli che compongono l’insieme: d’altronde lui stesso è così, dietro i suoi sorrisi sovente si cela un velo di malinconia che non tutti possono cogliere.
Grande preparazione dunque quella di De Poli, che spazia dall’arte alla musica, dal cinema al teatro, e tutto questo si respira e traspira dalle sue opere.
Se si esamina la serie dei dipinti Nostra signora delle stoffe la mente vaga e viene proiettata nei film degli anni Cinquanta, quelli in cui vestiti di raso e seta accarezzavano voluttuosamente i corpi delle donne, ma anche in quei musical a cui De Poli assisteva in compagnia della madre, con le ballerine viste “da sotto in sù” che lo seducevano, e nella serie Pour moi si sente la musica jazz, specialmente quella tanto amata di Gato Barbieri, e la danza con Fred Astaire – quasi un alter ego del pittore – che con le sue scarpe bicolore arriva in punta di piedi e con leggiadria coinvolge chi lo osserva in una danza emozionante, in una visione di colori, bagliori ed eccitazione che pervade tutto ciò che lo circonda.
La stessa atmosfera caratterizzata da questa simultaneità di luci e colori che sembrano essere accompagnati da una melodia di sottofondo la si ritrova anche in dipinti d’atmosfera come Oriente, Naso quadrato e Lingua rossa, tipo di ritratti-autoritratti contraddistinti da ampie campiture di colore scuro violate da vivaci macchie cromatiche che catalizzano lo sguardo su un’ammiccante lingua o su un vezzoso cappellino rosso, una sorta di gioco di vedo e non-vedo, nell’intenzione provocatoria dell’artista di mostrare e nascondere al contempo parti del proprio Io.
Per sua stessa ammissione De Poli inserisce sempre qualcosa di personale nei propri lavori, ma ne cancella volutamente le tracce, forse per rompere o ritrovare quel senso di equilibrio – titolo non casuale di diversi lavori presenti in mostra – che sta alla base di ogni sua composizione e che non è mai né troppo stabile né troppo precario.
Quella di De Poli è un’arte che spazia dal piccolo formato (si veda la sorta di teatrini come Smoker, Vicino al lago e Monologo) a quello monumentale (Operasola, composta da 30 tele di cm 60×60 ognuna), un’arte semplice ma ricca di vita, densa di letture, di viaggi, di note, un’arte a cui non piacciono le definizioni assolute, ma che è sempre pronta a mettersi in discussione e ad aprirsi a nuove sfide in un continuo mutare e divenire.




L’APPASSIONATA RESISTENZA DELLA PITTURA
di Chiara Stefani

In una società come quella di oggi, in cui i rapporti e le comunicazioni si fanno sempre più eteree e impalpabili, quasi evanescenti, anche la cultura visiva è sottoposta a un sempre più evidente processo di de-individualizzazione. La personalità dell’artista si nasconde, e a volte si perde anche la concretezza tangibile del suo lavoro, come nelle esperienze digitali, in cui non esistono più tele e colori, ma solo opere virtuali che prendono consistenza solo rivitalizzate dal filtro di uno schermo; nonostante tutto questo il lavoro di De Poli resiste.
Resiste perché ha basi solide: lo studio a Porta Romana sotto la guida di Lucio Venna, il suo precoce riconoscimento come una tra le figure più promettenti degli anni Settanta, il lavoro a stretto contatto con compagni di strada allora già affermati, come Mario Ceroli.
Resiste perché il percorso di Fabio De Poli, che attraversa l’ultimo spicchio di Novecento per arrivare ai giorni nostri, è sempre stato coerente, fedele ai principi cardine del suo linguaggio: raccontare il suo mondo immaginario con i segni e i colori “Sono un pittore (quasi) monotematico e fedele all’umiltà dei colori”.
L’universo immaginario di De Poli è ricco e composito: l’artista si diverte a scomporlo e ricomporlo, in un gioco sottile di punti e contrappunti, di continue variazioni su un tema potenzialmente infinito, in cui appaiono e scompaiono volti, animali, icone della storia, scritte pubblicitarie e oggetti; i motivi della realtà sono trasfigurati in elementi fantastici.
Da sempre interessato all’arte applicata, alla grafica e al design, De Poli non racconta solo attraverso le tele, che spesso si intrecciano tra di loro fino a diventare un’Operasola formata da trenta elementi, ma anche attraverso veri e propri oggetti pittorici: teatrini ricavati da custodie di bottiglie pregiate, mensole-palcoscenico in cui si collocano i protagonisti del suo mondo sognato; oggetti umili che, rivitalizzati dalla pittura, divengono scrigni preziosi.
Spirito dadaista e eversivo, sovvertitore dell’ordine costituito – almeno nel territorio consentito e familiare dell’arte – lo stesso De Poli ci accompagna nel viaggio attraverso le sue opere. L’artista è sempre presente: ora è un ballerino di tip-tap o un musicista di night-club, che balla avvolgendo un nastro colorato, fino a tuffarsi dentro l’opera, lasciando visibili solamente le inconfondibili scarpette bicolore; ora è un viaggiatore che non si dimentica mai di portare con sé il suo io bambino e mette in valigia un pupazzo sorridente; ora si trasforma in un grande occhio che sornione tutto osserva, magari fumando distratto l’immancabile sigaretta; ora sfreccia via nascondendosi dagli spettatori, con la sua macchina d’epoca.
Nel viaggio incontra personaggi eccentrici: un volto scuro, quasi minaccioso, gli fa una linguaccia, rossa come il fuoco; nobili signore bendate e dalla bocca vermiglia vestite con ricchezza di stoffe decorate come tarsie marmoree; un uomo senza volto in distinto completo nero si distingue dall’anonimato indossando una grande, svolazzante cravatta azzurra; l’upupa, l’«ilare uccello calunniato dai poeti» di montaliana memoria, che sorvola spesso sopra la testa di De Poli nella realtà, cerca faticosamente di reggersi in piedi, aggrappandosi a una piramide di forme instabili, minuscola rispetto alla vastità dello sfondo indefinito, a testimoniare quanto sia difficile, nei nostri tempi, mantenere un equilibrio.
Abile giocoliere, apparentemente facile ma in realtà rigoroso e colto, appassionato cantore, De Poli ci presenta questa raccolta particolare con la sua solita ironia.
Attraverso colori squillanti e vivi e contorni netti e perentori, egli svolge un discorso continuo di cui le opere sono le parole, e cerca, dipinto dopo dipinto, teatrino dopo teatrino, di aggiungere un tassello alla comprensione di se stesso e forse anche del mondo, mai appiattendosi su schemi e convenzioni prestabilite.




L’ACCENTO
di Cinzia Dugo

Con Fabio de Poli, incrociato nella sua migliore forma di narratore del colore, potrei stare delle ore a comunicare nel silenzio più assoluto, senza avvertire il minimo bisogno di trasformare in eloquente una conversamente muta. Al posto delle parole parlerebbero lo sguardo, le mani, i ritagli autobiografici, le pennellate piatte, il senso della vita orgogliosamente strappato all’inutile amplificazione delle emozioni. E’ un artista che, con i suoi linguaggi perennemente alla ricerca di emozioni da trasferire sulla tela, sa riempire lo spazio e appena ne trova uno, seppur piccolo, grafico, simbolico o emotivo, ci si infila con tutta la propria inconfondibile sinuosità, la voglia di raffigurare, appunto, il non detto. Complici inalienabili la luce e il colore. Tra la C e la O di Manteco c’è un nuovo trait de union che fa sembrare più vicine le due lettere. E’ un accento, un microscampolo di tessuto vestito di rosso, creato da De Poli per mettere in primo piano il cambio di passo di un’azienda che ambisce a conquistare i vertici dell’alta moda. In tanti anni di lavoro e vitalità creativa, Manteco sente il bisogno di mettere l’accento sul proprio percorso, di fermarsi per andare incontro al futuro. Lo fa con la creazione di una nuova linea, “Accento”, essenziale, pura, green, ancestrale, raffinata, fresca, accostata ad una inedita visione artistica del tessuto. Ogni prodotto Manteco, in special modo, quello che va a connotare la nuova collezione, si fa strumento e opportunità di diffusione della conoscenza. La via del tessuto esplorata e scoperta dai leader della famiglia Mantellassi è a ben vedere un’operazione culturale di grande spessore. In ogni passaggio della storia di questa famiglia c’è un salto di qualità che arricchisce umanamente e professionalmente chi lo compie.
Tra i tre è Franco, da collezionista attento, appassionato di arte contemporanea, a suggerire una nuova direzione all’azienda. “Accento” è il luogo e lo spazio in cui arte e tessuto si incontrano. Il talento di Fabio De Poli, designer, grafico, pittore, scultore, già vincitore del Premio Andersen, progettista delle vetrate del Meyer di Firenze, con opere esposte al Modern Museum di New York, è chiamato a dipingere questa nuova sensibilità e attenzione alla dimensione culturale dell’azienda. “Abbiamo elaborato un progetto che vede protagonista il maestro De Poli – fa sapere Franco – per Manteco il grande pittore toscano, oltre alla creazione di una campagna grafica in favore della linea Accento, realizzerà una collezione di opere costituite dai materiali prodotti dall’azienda”.
Da subito l’idea mette De Poli in grande fermento creativo. “Al primo tocco i tessuti Manteco – confessa –  mi danno una lucida sensazione di qualità e la bellezza, li userò come colore per realizzare un ciclo di opere uniche. A differenza di Matisse che si serviva dei tessuti, degli arabesque, per dipingere, io al contrario, montando, cucendo, tagliando, assemblando, userò il tessuto vivo come una grande tavolozza da cui pescare”. Prima di lasciare l’azienda decido di dare un ultimo sguardo ai tessuti insieme a Fabio. La conversazione è fatta ancora di sguardi che cercano vibrazioni cromatiche, un tono di bruno, un giallo di sole, un fumo profondo. Entrambi continuiamo ad ascoltare le parole del colore. In religioso silenzio.

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